La Porta della Luce, porta maggiore della Cattedrale di S. Lorenzo, prende il nome dai nuovi Misteri Luminosi che vengono rappresentati nella parte alta dell’opera e che si diramano dalla croce centrale simboleggiando i raggi di luce offerti al mondo dal sacrificio di Cristo che è “la nostra Luce e la Luce del mondo” In primo piano sono rappresentati i Santi Patroni di Viterbo: Santa Rosa e San Lorenzo, a figura naturale, come ad incontrare chi si appresta a seguite la parola di Dio divulgata dalla Chiesa, qui simboleggiata da quel lungo conclave del 1270 che rese famosa la città di Viterbo allora sede papale. La porta interamente in bronzo è alta m. 4,70 e larga m. 2,30 e pesa Kg. 2.500
SINTESI FELICE. FEDE ED ARTE
Prof. Claudio Strinati
Roberto Joppolo ha compiuto, nella “Porta della Luce”, un passo decisivo nella sua carriere d’artista, realizzando quell’equilibrio tra ispirazione religiosa e tensione figurativa che da secoli costituisce la preoccupazione fondamentale del pittore e dello scultore “sacro”, quando l’opera assume una funzione organica all’interno di un contesto qualificato da una vicenda secolare, come nel caso del Duomo di Viterbo. E’ ammirevole, in questo lavoro di Joppolo, il senso della sintesi che unisce in sé la lezione dottrinale e la forza della rappresentazione. La Porta è come attraversata da un arco che ingloba i personaggi e ne contiene, con suprema leggerezza, la incontenibile energia morale e spirituale. Opera veramente sacrale, aliena da qualunque forma di retorica e di ridondanza, la Porta della Luce è un lavoro che caratterizza bene questa fase dell’arte del nostro secolo, del nuovo millennio. E’ concepita, infatti con una chiarezza strutturale che sovrasta quasi le singole immagini e crea una versione moderna ed efficace dell’eterno messaggio cristiano, quello della fermezza e della incrollabilità della Fede pur nelle durezze e complessità dell’esistenza. Joppolo è profondamente legato alla tradizione umanistica e risale persino più in là nella sua intima ispirazione, ma mantiene intatta la sua capacità di formulare un linguaggio personale, ossequioso del passato, ma libero da condizionamenti o influssi. Piuttosto va detto come la sua opera a Viterbo si collochi degnamente nella grande tradizione dei portali moderni, da Manzù a Greco, segnali di una presenza viva e sensibile del tempo che viviamo, nell’ambito di un genere di arte che ancora è in grado di lasciare tracce profonde nel dibattito contemporaneo. Viterbo 26 Novembre 2005

